“Una Piccola storia”:   i bronzetti nuragici,  piccole opere d’arte. Ecco la storia

Fino ad oggi ne sono stati ritrovati circa 500, in maggioranza nei pozzi sacri di Abini a Teti e Santa Vittoria a Serri, dove gli adoratori della dea acqua li avevano ben fissati, tramite colate di piombo, alle rocce quale pegno per ingraziarsi la dea e per chiedere qualche grazia

 di Sergio Atzeni

La civiltà nuragica è conosciuta, in tutto il mondo, per le mirabili costruzioni megalitiche che sorgono qua e là nell’isola, ma anche per quelle piccole opere d’arte chiamate “bronzetti”. Fino ad oggi ne sono stati ritrovati circa 500, in maggioranza nei pozzi sacri di Abini a Teti e S. Vittoria a Serri, dove gli adoratori della dea acqua li avevano ben fissati, tramite colate di piombo, alle rocce quale pegno per ingraziarsi la dea e per chiedere qualche grazia.

La funzione di queste miniature bronzee era infatti quella di “ex voto” paragonabile alla candela che il cristiano accende in chiesa con la speranza che le sue “richieste a Dio” vengano esaudite.

Certo, nei pozzi e nelle tombe dei giganti si sono trovati altri oggetti in bronzo con la stessa funzione, come asce, cestelli, vasetti, pugnali, ma il sistema di costruzione delle miniature è diverso dagli altri manufatti ottenuti per colata su matrice, i bronzetti, infatti, venivano creati col sistema “della cera persa”, metodo complesso che richiedeva una manualità e precisione fuori dal comune.

Il metodo consisteva nel creare l’oggetto con la cera ottenendo così un esemplare in questo materiale. A questo esemplare si applicava poi l’argilla e il tutto veniva cotto. Naturalmente la cera si scioglieva lasciando all’interno della terracotta la forma uguale al modellino in cera. A questo punto veniva colato sulla forma così ottenuta, il bronzo liquido che assumeva la stessa forma del modellino di cera; bastava poi rompere la terracotta per osservare il bronzetto.

Un procedimento complicato che da più parti si è sicuri sia stato importato dai fenici e usato poi dai nuragici. La data di esecuzione dei bronzetti è purtroppo molto incerta, anche se la tesi più accreditata li fa risalire alla fine del IX secolo a.C.

Ammesso e non concesso che  i nuragici copiarono la tecnica dai fenici, si può affermare che diventarono forse più bravi dei loro maestri, creando forme e modelli di alta qualità che indubbiamente sono originali poiché si differenziano notevolmente dalle figurine semite.

I fenici usavano infatti raffigurare i personaggi in marcia o stanti con le gambe ben chiuse mentre i manufatti nuragici presentano figure stanti ma con le gambe larghe. La produzione sarda fu esportata anche in Etruria dove alcuni bronzetti sono emersi in tombe databili tra il IX e il VII secolo a.C.

Le navicelle votive sembrano più tarde, forse fine del VII secolo e sono la rappresentazione dell’idea del viaggio eterno unito all’idea dell’offerta votiva tramite il fuoco a cui la navicella, con funzione di lucerna, era destinata. Gli stili dei bronzetti finora ritrovati possono essere raggruppati in tre correnti: quella di Monte Arcosu, quella di Abini-Teti e quella Barbaricina.

La corrente di Monte Arcosu (Uta) è caratterizzata dalla forma geometrica con teste cilindriche, grandi occhi e corpo stilizzato e rigorosamente geometrico; questo tipo di manufatto sembra rappresentare l’aristocrazia e la nobiltà, fuori da un contesto “normale” della popolazione e della vita semplice.

Anche il tipo Abini-Teti non si discosta molto dallo stile descritto anche se le figure sembrano più orientali e ricercate e si discostano dallo stile rigido geometrico.

Diversa in tutto è la produzione del tipo barbaricino, che appare più popolare e più reale con figure di persone e animali che richiamano la vita di tutti i giorni e per questo variano notevolmente come fattura, nascendo dallo stato d’animo del loro autore e non seguendo altro canone che la pura realtà.

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