La  Settimana Santa cagliaritana: ecco la sua storia

A Cagliari, quella consuetudine delle processioni  importata per primi dagli Aragonesi fin dal 1324, venne adottata da subito e   fin dall’inizio del XVII secolo si crearono nei rioni numerose confraternite facenti capo ad altrettante chiese 

 di Sergio Atzeni

Gli aragonesi quando conquistarono la  Sardegna nel 1324 portarono nell’isola anche le loro tradizioni religiose e il loro modo di ricordare il martirio di Gesù Cristo e la sua resurrezione con dei cortei solenni.

La tradizione catalana venne rafforzata alla fine del XV secolo quando nacque il regno di Spagna e in Sardegna arrivarono anche le usanze castigliane per la  celebrazione della Settimana santa.

Nel quartiere Castello, allora abitato esclusivamente da nobili iberici,  incominciarono le processioni solenni per rievocare la crocifissione e la resurrezione di Cristo. Gli uomini sfilavano in  costume bianco simbolo di penitenza e le donne in abito nero con il tradizionale velo alla spagnola sul viso in segno di lutto e per celare il dolore.

A Cagliari, quella consuetudine importata, venne adottata da subito e   fin dall’inizio del XVII secolo si crearono nei rioni numerose confraternite facenti capo ad altrettante chiese.

Il   venerdì precedente la domenica delle Palme partivano i riti della settimana Santa con la processione dei Misteri organizzata dalla confraternita del Crocifisso fondata nel 1616.

Il venerdì santo il funerale di Cristo richiamava migliaia di persone anche dall’interno e l’aria che si respirava era quella del lutto più sentito. Tre erano le processioni tradizionali organizzate nel capoluogo: una dalla  confraternita del Santissimo Crocifisso che partiva dalla chiesa di San Giacomo e arrivava a quella di San Lucifero, la seconda dalla confraternita della Solitudine che partiva dalla chiesa di San Giovanni e giungeva in Cattedrale, la terza dalla confraternita del Gonfalone che attraversava il quartiere  di Stampace.

Poi il momento centrale  con l’Incontro il giorno di Pasqua con i quartieri storici di allora che facevano a gara per superarsi nella rappresentazione e nei cori.  Tanta era la  gente che partecipava in allegria alla grande processione della  resurrezione di Cristo che per un giorno lasciava a casa le proprie tristezze e dimenticava la vita dura di quei tempi.

Lo scrittore cagliaritano Francesco Alziator ha rimarcato l’importanza delle processioni a Cagliari che rievocavano la  passione di Cristo e che ricalcavano quelle di tipo spagnolo-catalano e dimostravano di come fosse radicata la religiosità nel capoluogo sardo:  “Il passaggio delle processioni, a tarda sera, per le vecchie vie del centro storico, al lume dei ceri, al canto dei cori, tramandati di generazione in generazione senza partitura scritta e nei quali la violenza della componente popolare dà una inconfondibile impronta alla tessitura corale derivata dalla tradizione aulica, è uno spettacolo di grande bellezza”.

Un corteo dei misteri si svolgeva una volta il martedì santo nel quartiere Stampace con partenza dalla chiesa di San Michele organizzato dalla congregazione degli Artieri, di sicura origine spagnola che risale ai  primi anni del settecento e fu interrotto nel 1960. La cerimonia consisteva nel far sfilare attraverso il quartiere la croce seguita da sei statue riferite alla passione di Cristo.  In un articolo pubblicato nell’Unione Sarda del !937 Mario Pintor, allora membro della congregazione degli Artieri, così  descrive quella processione: “Ogni martedì santo nel popoloso quartiere di Stampace, allorché nelle case stanno per sparecchiarsi i deschi, si ode all’improvviso il rullare lento e triste di un tamburo. Non è il solito rullio allegro, dalla veloce cadenza: è bensì come affermano i cagliaritani – su toccu de xira santa –  che annuncia l’uscita della processione dei misteri. Sono questi  Misteri artistici simulacri scolpiti in legno dallo scultore sardo  Lonis e raffigurano gli episodi più drammatici della passione di Cristo.”

Anticamente la mattina del venerdì santo si svolgeva una processione con la Madonna di Adamo (dal nome di un capitano genovese che la trovò nel XVII secolo) conservata nella chiesa dei Santi Martiri Giorgio e Caterina dei Genovesi in Sa Costa (via Manno). Per anni il corteo con il piccolo simulacro della Vergine (cm 7×5) seguito da una folla immensa venne portato in visita a  sette chiese, poi nel 1758 si decise di sospendere quella processione “stante i molti abusi e scandali” connessi al rito.

Di origini antiche anche i riti della deposizione il venerdì santo, quella classica in cattedrale, una seconda nella chiesa di Sant’Efisio e un’altra il sabato mattina nella chiesa di San Lucifero. Poi arrivava la giornata di Pasqua considerata “un altro giorno”.

Dalle case sembrava sprizzare allegria, le persone che passeggiavano mostravano una faccia sorridente che il popolo chiamava “Faccis de Pasca” tanto era sentito quell’avvenimento che coinvolgeva un po’ tutti anche quelli che avevano i  motivi per non gioire. La cerimonia dell’Incontro per secoli organizzato dalle tre più antiche parrocchie della città ha tenuto per anni la matrice spagnola che prevedeva una  processione seguita da “Is Varonis”, autorità e persone di gran prestigio vestiti con foggia secentesca, con cappelli piumati e una mazza con il pomo d’argento.

Oggi la cerimonia dell’incontro ha perso la solennità di quei tempi ma ha conservato l’allegria e il seguito di migliaia di cagliaritani che, ha prescindere dalle condizioni sociali, si sentono in quel momento fausto tutti fratelli e non pensano che il giorno dopo, finita la festa, ricomincerà la vita normale e non rimarrà che attendere che il sacerdote benedica la propria casa: solo in quel momento per i cagliaritani  la Pasqua sarà veramente  finita.

 

 

 

 

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